I Rossi di Scurtabò
Una famiglia di pastori fra Val di Vara e Val Taro, 1432–1650
Quattro rogiti del fondo Notai Antichi permettono di ricostruire cinque generazioni dei de Rubeis e di seguire i loro spostamenti stagionali attraverso il crinale appenninico.
Dei Rossi di Scurtabò si conosceva finora solo l’attestazione settecentesca nei registri parrocchiali. Quattro rogiti rintracciati nelle filze 1123 e 1147 del fondo Notai Antichi dell’Archivio di Stato di Genova ne anticipano la presenza al 1432 e mostrano che la famiglia possedeva pascoli su entrambi i versanti del crinale, in Val di Vara e in alta Val Taro. Ne emerge un modello di economia pastorale transappenninica che il confine amministrativo fra Liguria ed Emilia ha reso invisibile alla storiografia locale di entrambi i versanti.
Il 12 aprile 1432 tre fratelli salgono da Scurtabò a Varese per dividere i beni del padre. Il notaio Antonio da Cogorno li registra come Iohannes, Antonius et Bartholomeus quondam Nicolai de Rubeis de Scurtaboe. Nell’elenco dei beni, dopo la casa e i castagneti, compare una voce che non dovrebbe esserci: un pascolo in monte Pennae, in territorio Sanctae Mariae de Tarro.1
Santa Maria del Taro è oltre il crinale, in territorio parmense, a un giorno di cammino. Che una famiglia di Scurtabò vi possedesse terre nel 1432 è il punto di partenza di questa ricerca.
Che cosa si sapeva
La storiografia locale della Val di Vara colloca la prima attestazione dei Rossi di Scurtabò nel 1698, con il battesimo di Gio Batta fu Domenico.2 Sul versante emiliano, i repertori dei cognomi dell’alta Val Taro registrano dei Rossi a Santa Maria almeno dal Cinquecento, ma li considerano autoctoni.
Il confine fra Repubblica di Genova e feudi Landi corre sul crinale dal 1257. Le due tradizioni erudite si sono formate dentro quel confine e non si sono quasi mai lette a vicenda: è la ragione principale per cui questa connessione non era stata notata.
Nessuna delle due tradizioni ha mai messo in relazione i due gruppi. La ragione è banale e vale per moltissima storia di montagna: gli archivi sono divisi secondo un confine politico che le famiglie attraversavano ogni anno con le greggi.
I documenti
La divisione del 1432
Il rogito di divisione è il documento fondativo di questa ricerca. Elenca per ciascuno dei tre fratelli case, castagneti, prati e — solo per Giovanni, il maggiore — il pascolo transappenninico.3
1432 aprile 12, Varese.
Regesto. Giovanni, Antonio e Bartolomeo fu Nicolò de Rubeis di Scurtabò dividono fra loro i beni paterni: a Giovanni la casa con l’aia e il pascolo sul monte Penna in territorio di Santa Maria del Taro; ad Antonio i castagneti di Costa Lunga; a Bartolomeo i prati di Chiazzanico e un censo annuo di quattro lire. Testimoni: il prete Simone, rettore di San Cassinelli, e Giacomo fu Andrea de Cuneo.
Trascrizione.
In nomine Domini amen. Anno dominice nativitatis millesimo quadringentesimo trigesimo secundo, die duodecima aprilis. | Iohannes, Antonius et Bartholomeus fratres, filii et heredes quondam Nicolai de Rubeis de Scurtaboe […] ad divisionem bonorum paternorum devenerunt in hunc modum […] | item pascuum unum in monte Pennae, in territorio Sanctae Mariae de Tarro, coheret ab uno latere […]
Note alla trascrizione. La carta è mutila nel margine esterno: cadono circa quattro parole per riga fra le cc. 88v e 89r, che rendono illeggibili i confinanti del pascolo.
La locazione di bestiame del 1444
Dodici anni dopo, Giovanni compare come locatore di un gregge di sessanta pecore a un pastore di Tornolo, con contratto di soccida.4 Il contratto conferma l’asse transappenninico e aggiunge un dato economico: la famiglia non conduce personalmente il gregge, lo affida.
La ricostruzione
I luoghi
I beni divisi nel 1432 si distribuiscono su due versanti: il nucleo domestico e i castagneti attorno a Scurtabò, il pascolo sul Penna a circa venticinque chilometri di cammino, oltre il crinale.
Un modello, non un caso isolato
Contando gli atti che coinvolgono famiglie di Scurtabò nelle filze 1100–1180, la presenza di beni oltre crinale non è un’eccezione:
In verde gli atti che menzionano beni o controparti oltre il crinale: un terzo del totale nel trentennio centrale. La scomparsa del fenomeno dopo il 1460 è quasi certamente un effetto della documentazione, non della realtà: dal 1461 i notai di Varese rogano su filze oggi conservate altrove.
Piste aperte
- Le filze notarili di Borgotaro (ASPr) per lo stesso trentennio non sono state ancora controllate: dovrebbero contenere il riflesso emiliano di questi stessi contratti.
- I confinanti del pascolo, illeggibili nel doc. 47, potrebbero ricomparire in atti successivi sulla stessa filza.
- Manca del tutto la documentazione fra il 1465 e il 1595. Il legame fra i de Rubeis quattrocenteschi e i Rossi settecenteschi resta, per ora, un’ipotesi fondata sulla continuità del Cassinelli e dei beni, non una filiazione dimostrata.
Fonti archivistiche e bibliografia
Note
ASGe, Notai Antichi, 1123, notaio Antonio da Cogorno, doc. 47 (1432 aprile 12).↩︎
APS, Battesimi, 1, c. 34r.↩︎
L’assegnazione del pascolo al solo primogenito, a fronte di una divisione per il resto rigorosamente egualitaria, suggerisce che il bene fosse considerato indivisibile e legato all’esercizio collettivo dell’alpeggio. Sulla stessa filza compaiono altre due divisioni di famiglie di Scurtabò con la medesima struttura (ASGe, Notai Antichi, 1123, docc. 51 e 63).↩︎
ASGe, Notai Antichi, 1147, notaio Bartolomeo de Bracelli, doc. 12 (1444 settembre 3).↩︎
Riutilizzare
Citazione
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